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mercoledì 19 dicembre 2007

Il corriero svaligiato 02 (lezioni di astronomia erotica e grammatica anale)




[XXXIV]
Amatissimo Tirone.
Uscito dal laborioso esercizio de' continui studii, o mio caro garzone, per allentare col passatempo della villa l'animo, che quasi arco, secondo la Ciceroniana sentenza, nel fermarsi troppo lungamente teso, scorre pericolo d'infrangersi, escrucciati li miei desideri, che non possono comportarvi lontano. Posso chiamarvi incendiario amoroso che m'abbrugiate il cuore, essendo io poco meno che invaghito del vostro buon talento, e della vostra pieghevole natura. Più d'una volta la vostra persona mi solleva alle sfere, nella contemplazione di quella potenza, d'onde siete uscito così perfetto, che ben posso ammirare in voi la figura circolare, come quella ch'eccede ogni altra in merito di perfezzione. Sarete un mappamondo di scienze, quando io possa in tempo diuturno lavorare l'inculto terreno del vostro giudicio col mio astrolabio, e tener fermo nel mezo il compasso, per aggirarmi poscia all'intorno della vostra circulazione. E se bene rassembrarete Firmamento nella sodezza, e
fermezza, con cui riceverete la mia dottrina, io con tutto ciò sarò intelligenza motrice della vostra sfera. Ho gran diletto, quando posso spinger avanti in voi quella forma, ch'imprimono li miei insegnamenti, per levare que' rudi principii li quali rendono miserabile l'intelletto, e allargare il foro all'ingresso delle più recondite scienze. Non vorrei che questo poco sollevamento dalle studiose lucubrazioni cagionasse la dimenticanza di sì bell'uso, diventando inscio degli precetti dàtivi fin ad ora, per buon inviamento ad altre dottrine. Avvertite di non
perdere la facilità, con cui sapevate truovare buona concordanza, allor quando io vi proponevo un caso retto; come pure l'attitudine al far i latini per gli passivi, al che hovvi avvezzato, come che rendono l'orazione molto più elegante. Non usate troppo gli attivi, a fine di non imbevervi di contrario costume; e se pure talvolta v'occorre l'esercitare in questi le regole da me insegnatevi, rivolgetevi subito al fargli in passivo, per assicurare una buona consuetudine. Altrimente diventando voi immemore di sì bell'uso, al vostro ritorno io sarei in necessità di maneggiare la mia sferza, che ora si va indurando, e farà di mestieri che me l'aggiri per le
mani, quando non incontri in voi la solita capacità per apprendere quanto dono in pasto al vostro intelletto. Non permettete alla interposizione di questo tempo l'insinuarvi terrore con la difficoltà, che va congiunta alla durezza delle scienze, la quale può ammollirsi dal vostro esercizio, e dal fervore dello studio, con cui ruminando li documenti che vi si danno, su'l fine toccarete con mano esser poco, e quasi nulla, ciò che da principio, e in durezza, e in grandezza, rassembrava un monte. Ripetendo nella memoria ciò che v'è riuscito sotto la mia disciplina, potrete accertarvi di questa verità, confessandovi più d'una fiata stupido allo scorgere fatto in poco d'ora Pigmeo senza sussitenza, e senza forze, chi pareva inanti un
colosso ingigantito. Tanto può e vale un giovine quando coopera alla bontà dell'insegnamento, che raffiguro per appunto nella cera, ch'indurata, e intirizzata dal freddo, concorrendo il calore d'estrinseco ogetto, s'intenerisce, dilegua, anzi si consuma. Alla macina della intelligenza si richiede un moto rapido, e veemente; che allora ben presto vi si fa trito ogni grano, benché duro come un osso. Non vi credo già oblivioso della difficoltà che prima avevate in congiungere l'aspirativa oh col dattivo mihi, nel che facesti tale prattica, che quasi ad ogni ora sentivo ripetersi quel verso Oh mihi quam dulcis, etc. Similmente pareva strano l'obligo di
porre sempre l'o inanti al vocativo, il che nondimeno tanto v'inculcai nella mente, che si tramutò in consuetudine il rispondermi, ogni qual volta vi chiamavo, con l'o Magister ecce adsum. Ciò vi riduco a memoria, accioché nell'ozio presente inselvatichito l'ingegno, e ritornato al primo stato di strettezza, con cui l'ignoranza chiude l'adito al sapere, non vi riduciate a termine di non lasciare penetrare con la solita prontezza li miei documenti; o pure sentendo qualche nuova passione, per il mancamento dell'uso, v'assicuriate ciò non procedere da maggiore durezza della materia, ma dall'esservi disavvezzato, là onde risolverete di soffrire
ogni patimento per ripigliare la ordinaria consuetudine, che vi rende agevole il sodisfare al precettore. Osservate finalmente di non ricevere le regole d'alcun altro, mentre siete da me lontano, posciaché essendo diverse dalle mie, come che la sostanza della dottrina è la stessa, ma diversa la quantità, e la qualità, confondereste voi stesso, e a me usurpareste il contento che pruovo al vedervi proclive all'apprensione delle mie, come più ordinarie, e meno istravaganti. Che se da altri quasi a viva forza permetteste inserta nella vostra mente una dottrina esorbitante, non più sareste atto al trattener la mia, la quale vacillarebbe, non appresa con la solita corrispondenza, in cui ho pruovata mai sempre la capacità della forma, aggiustata alla materia, ch'io proponevo. Non ho altro di che avvisarvi, posciaché la scienza, di cui sono avvezzo di far voi a parte, abbonda solo in vostra presenza. Al ritorno, che attendo in breve, frequentarò gl'insegnamenti per risarcire li danni del tempo decorso. In questo mentre non
vogliate dimenticarvi del vostro diletto precettore, il quale per fine vi si raccommanda.

Il corriero svaligiato 01 (presentazione)


Comincio dunque dal Corriero Svaligiato, interessante opera del 1641 del prolifico (i suoi scritti si contano quasi a dozzine!) padre Marcantonio (già il nome è tutto un programma) al secolo Ferrante Pallavicino.
Il Pallavicino (nato a Piacenza nel 1615) era uno di quei figli cadetti che presero i voti più che per vocazione, per imposizione paterna onde evitare il disperdersi dei beni nelle divisioni ereditarie. Alquanto insofferente per la sua assai poco volontaria condizione di prelato e dotato di una tagliente ironia, il Nostro ingrossa le fila di quei libertini secenteschi figli del "poetar osceno" del Marini, dimenticati, o meglio, cancellati a forza, dalle lezioni ufficiali di letteratura.
La sua formazione avviene, in buona sostanza, a Padova, roccaforte di quell'aristotelismo che, a breve, sarebbe stato spazzato via dalle prorompenti scoperte scientifiche.
Senza entrare troppo nel merito della questione è però interessante sottolineare come dal punto di vista etico, quel pensiero, oggi riletto in senso "anti-moderno", si facesse promotore di una morale naturale, verrebbe quasi da dire "laica", svincolata cioè dai precetti religiosi.
Non è un caso, quindi, che molti libertini si siano rifatti proprio a questa cultura; lo stesso Pallavicino, in genere così avaro di citazioni, nomina esplicitamente Zabarella nel suo scritto.


Venendo all'opera, la forma non è propriamente quella del "romanzo" classicamente inteso, si tratta più di un libello di carattere dialogico, o di un pamphlet epistolare, dove la scarsissima trama ha la sola funzione di fare da cornice e di permettere all'autore di trattare gli argomenti che più lo interessano.
L'idea di base, quella di un dialogo/commento sulle base di alcune lettere rubate ad un "corriero" (di qui il titolo), non è affatto innovativa, ma, come spesso accade in letteratura, più che la novità del tema è interessante l'esecuzione che, in questo caso, è particolarmente brillante (se è per questo anche la divina commedia dantesca, quanto ad argomento, era abbastanza banale e riproponeva il topos consolidato del viaggio oltremondano).
Le lettere trattano di argomenti vari, generalmente scabrosi, ossia, per la cultura dell'epoca, legati al sesso. Le lettere che affrontano più da vicino la tematica omosessuale sono la XVI e la XXXIV (quest'ultima è appunto quella che ho scelto di postare).
La sodomia rimane nell'opera un argomento spinoso e le opinioni del Pallavicino a riguardo non sono affatto esplicite, da un lato sembra giustificarla, mentre dall'altro la indica come "abominio", non che questo debba stupirci nell'Italia della controriforma.
Sul soglio pontificio stava assiso Urbano VIII Barberini ("il barbier che fè la barba a christo" come lo definisce il Nostro); per chi non se lo ricordasse si tratta del papa sotto cui vennero processati (tra gli altri) Galileo e Campanella.
C'è da dire che, nonostante tutte le cautele dell'autore, non dovettero essere sfuggite all'attenzione della corte papale alcune tra le frecciate più ardite ( «Mi stupisco però di chi condanna l'uso della Sodomia in Roma, ne' padri Giesuiti, e universalmente in tutti gli Ecclesiastici, o dotti; mentre pure si sa che questi personaggi sono maggiormente obligati a vantaggiosa perfezzione. Quindi nello studio di tal arte compiscono questo lor debito») tanto che nel 1644 il buon Ferrante venne decollato (i capi d'accusa erano lesa maestà ed apostasia e i suoi scritti fungevano da prove di colpevolezza) davanti al palazzo dei papi ( con immensa magnaminità gli risparmiarono l'onta del rogo).



ILBRANO SCELTO:

La lettera XXXIV, è indirizzata da un precettore al suo buon garzone Tirone (dalla "pieghevole natura" ... ) da cui si è dovuto separare per del tempo.
Tutto si gioca sull'intrigante piano dell'allusione; nulla pare detto esplicitamente, ma le varie immagini delle lezioni impartite sono estremamente evocative e lasciano ben pochi dubbi sul significato che debba essere attribuito loro.
Così vengono ricordate le lezioni di astronomia dove l'allievo è un mappamondo celeste su cui il maestro gira il suo "compasso", per poi riempirlo di "dottrina".
Nè mancano gli accenni alla grammatica, disciplina essenziale; ed il buon maestro mostra di aver ben insegnato al suo allievo l'uso dei "passivi", salvo poi minacciare di colpirlo con "la sferza che si sta indurendo" se al suo ritorno non lo troverà più capace di ricevere gli "insegnamenti" che in lui solitamente instillava.
La lettera termina poi con l'ammonimento a non farsi "istruire" da altri, che se gli capitasse di ricevere una "dottrina sovrabbondante" egli non sarebbe più atto a trattener quella del suo usuale precettore.


Non mi resta che augurarvi buona lettura.

martedì 18 dicembre 2007

La cultura fantasma ( progetto Kin-CH-icche )



Inauguro qui una nuova serie di post dedicati alla Cultura erotica più o meno antica (con particolare attenzione a quella omosessuale). Da brava finocchia "coltivata" ed erudita, mi sembrava carino postare parti di opere che la nostra cultura ufficiale mal sopporta o, peggio ancora, tace completamente.
Premetto che alcune citazioni saranno forse già note e scontate per chi conosce un po' di letteratura, altre invece potrebbero risultare sorprendenti, sta di fatto che, data la costante, e spesse volte volontaria, opera di mistificazione portata avanti dalla critica, ho pensato di creare una A-sistematica breve antologia alternativa(magari prima o poi le darò coerenza- quantomeno cronologica-), così prossimamente snocciolerò le chicche checche di kinch.
Si apre allora la caccia agli invisibili, ai fantasmi delle storie della letteratura che ritroveremo nel castello degli orrori del progetto Kin-CH-icche..... da leggersi chincicche... sì come il plurale di cicca perchè i passi scelti saranno tutti da masticare e da gustare, ma senza impegno (o quantomeno, io la mia consueta dose di pedanteria ce la metterò cmq, ma voi potrete anche saltare le mie analisi).
Lo schema che seguirò sarà molto semplice: ci sarà un post con una + o - breve (a seconda della voglia) presentazione generale dell'opera e dell'autore, seguirà un accenno ai passi più significativi, quindi nel post sucessivo troverete il brano scelto.